"Ciò che mi interessa è rappresentare il lato politico e sociale di ciò che sta sotto alla sessualità. Nel mio lavoro il tema centrale è l'amore come condizione positiva della realtà. L'amore come possibilità dell'essere o di vivere tante diverse identità nel corso di una vita".
Nan Goldin

Nata a Washington D.C. nel 1953, Nan Goldin è cresciuta a Boston, dove ha frequentato la School of the Musem of Fine Arts, vive a New York dal 1978. Fino dall'età di diciotto anni Nan Goldin ha usato la fotografia come diario visivo della propria vita e di quella della estesa famiglia di amici ed amanti con i quali ha diviso le proprie esperienze. Segnata dal suicidio della sorella, è proprio fotografando la propria famiglia che inizia il suo lavoro fotografico. In seguito rimane molto vicina all'album di famiglia sia per la tecnica che per i soggetti scelti. L'artista ha detto che considera la macchina fotografica come un'estensione del proprio braccio, alludendo alla totale continuità che lega la sua arte al suo intenso vivere, in effetti l’opera di Nan Goldin è inseparabile dalla sua stessa vita. Le sue immagini, dai primi suggestivi ritratti in bianco e nero, alle intense fotografie a colori di amici ripresi nelle loro camere da letto, raccontano, attraverso una sorta di sguardo dall'interno, la vita irregolare ed appassionata di chi ha scelto un'esistenza fuori dalle regole. Eccessi dell'alcool, della droga, dell'amore e del sesso, ma anche scene di una disarmante domestica intimità si alternano nelle immagini di Goldin.


The Ballad è il racconto in varie versioni, della dirompente, talora distruttiva, potenza dei legami che uniscono, al di là della morte e del genere sessuale, gli esseri umani. La violenta irruzione dell'aids, che ha sconfitto molti degli anti-eroi protagonisti delle fotografie dell'artista, ha acuito il senso di perdita che caratterizza numerose sue immagini. Vi si vede il suo entourage subire il travaglio della vita: infanzia, vecchiaia, amore, morte si succedono nei pochi secondi della proiezione prima dell'immagine successiva. Questo gruppo di persone a lei vicine, di cui molte sono scomparse, risulta come ghermito in una congiura orchestrata dalla morte. Le foto, anche se danno l'impressione di essere state rubate, non sono mai scattate con il soggetto troppo vicino all'obiettivo per risultarne sorpreso.

L’evoluzione tecnologica della macchina fotografica (che con il tempo è diventata sempre più leggera, maneggevole e sofisticata nel riprendere, anche in condizioni scarse di luce), al pari dei cambiamenti nelle abitudini sociali, le ha permesso di ampliare le situazioni in cui scattare immagini, così come la rosa dei soggetti ripresi. Le quasi 700 immagini a colori nel loro insieme formano una sorta di diario pubblico (come lei stessa lo definisce) che, proiettato in uno slide show di 50 minuti -con tanto di colonna sonora fatta di brani musicali di generi diversi per sottolineare i vari momenti della proiezione- racconta di relazioni affettive alle prese con un precario equilibrio fra autonomia e dipendenza; di vite quotidiane fatte spesso di drammi e, sempre, di momenti difficili.

Ci sono istantanee di amici e di familiari mentre riposano su letti sfatti, fanno l’amore, si truccano, parlano al telefono. I soggetti ripresi e la loro vita quotidiana vengono raccontati anche nei momenti più intimi, relegati in genere nella dimensione privata. Sono immagini trasgressive e allo stesso tempo disarmanti per l’approccio umano, malinconico ma diretto ed immediato con cui sono scattate prima ancora che per le situazioni riprese.

Un’altra significativa serie di foto accompagnate dalla canzone All by myself descrivono l’intera vita della Goldin dall’infanzia fino alla maturità. In pochi minuti viene condensata la discesa all’inferno dell’artista e della donna, fino ad una finale seppur momentanea risalita, attraverso istantanee della sua vita personale, che non viene risparmiata nemmeno nei momenti di maggiore vulnerabilità (in Nan One Month after Being Battered la Goldin ha il volto gonfio dalle percosse che il suo amante Brian le ha dato prima che finisse la loro relazione).

Negli ultimi anni, Goldin ha rivolto il proprio occhio ad altre culture alternative o "irregolari", come il mondo della prostituzione nelle Filippine o i giovani protagonisti della ventata di liberazione sessuale in Giappone forse ricercando, in senso lato, i perduti compagni di strada. Tra le recenti immagini dell'artista, ci sono anche molte fotografie di bambini, solari testimoni della ritrovata voglia dell'artista di vivere intensamente, ma lontano dalla suicida avidità degli anni passati.


Nam June Paik (1932-2006), figlio dell’alta borghesia coreana, scappò dalla guerra prima a Honk Kong, poi a Tokio e infine in Germania dove nel 1956 conobbe Karlheinz Stockhausen. Fu membro del movimento Fluxus e si considerò sempre discepolo di John Cage, a cui voleva rendere un ultimo omaggio costruendo per il 2012, centenario della nascita del compositore, una cattedrale di laser nel PS1 di New York, da cui trasmettere al mondo la sua musica. Solo la morte poteva impedirgli di portare a termine questo progetto, visto che neanche l’ictus che dal 1994 lo costringeva su una sedia a rotelle, aveva potuto contenere la sua straripante inventiva. Musicista, performer e artista audiovisivo, ironico, mediatico e visionario, Paik riuscì a stabilire un dialogo tra arte, tecnologia e industria, senza rinunciare all’impegno politico, né al lato poetico.

Tutte le grandi cattedrali dell’arte gli resero tributo: dalla prima grande retrospettiva nel Whitney Museum di New York nel 1982, fino a quella nel 2000 nel Guggenheim, passando per la Biennale di Venezia dove nel ’93 rappresentò la Germania insieme ad Hans Haake. L’11 giugno 1963 presentò alle gallerie Parnasse di Wuppertal 13 TV: 13 distorted TV sets, una performance in cui si mescolano pianoforti preparati e rovesciati, diversi oggetti sonori come pentole, chiavi, un manichino femminile disarticolato in una vasca da bagno e una testa di toro grondate di sangue. A questi si aggiungevano 13 televisori che riproducevano altrettante differenti immagini distorte e deformate, astratte, statiche ma vibranti di luce. Già in questa prima installazione Nam June Paik mostra la sua onnipresente tendenza alla destrutturazione del nuovo “utensile TV”, di cui avverte l’enorme potenzialità massificatrice, che si manifesta nella scomposizione dei vari supporti meccanici dando ad essi una differente evidenza. In 13 TV Nam June Paik ridefinisce l’immagine elettronica, un’immagine televisiva in bianco e nero, intervenendo sulla modulazione luminosa in senso orizzontale e verticale. L’immagine elettronica è esaltata nella sua componente luminosa primaria ma è contrastata nella sua apparenza televisiva di immagine assolutamente verosimile e quindi unica.

Un anno dopo la Sony lancio sul mercato Porta Pack, la prima telecamera amatoriale portatile. Tale evento rese Paik libero di sperimentare una nuova sintesi di ripresa e cio gli permise di buttarsi a capofitto nella sperimentazione video per la costituzione di una nuova immagine grazie alla destrutturazione critica degli elementi stabili della comunicazione televisiva. Nel 1965 riuscì cosi a realizzare New York: Cafè Gogò, 152, Baker Street, October 4 and 11, 1965. A New York Paik sperimentò la ripresa in esterni e realizzò la prima trasmissione gestita da un artista: si concentro su un momento del caotico traffico newyorkese il giorno della visita di Papa Paolo VI e lo ripropose la sera stessa in un ritrovo del Greenwich Village, il Caffè Gogò, praticamente in diretta. Paik è stato il primo di una serie di artisti che fecero del reportage amatoriale un vero e proprio evento artistico.

Nel ’63 quando ancora nessuno pensava all’interattività, creò la ‘Partecipation Tv’, in cui i suoni prodotti dal pubblico azionavano ritmici raggi laser. Nel ’74, anno in cui si coniò il termine internet, Paik elaborò uno studio per la Rockfeller Foundation, dove introduceva il concetto e la definizione di ‘autopista della comunicazione’, che diventò lo slogan vincente dell’amministrazione Clinton. ‘Clinton ha rubato la mia idea’ non si stancava di ripetere Paik, che per anni perseguì il sogno di realizzare una grande opera simultanea mediante i satelliti. Un sogno che diventò realtà nel 1977 alla Documenta 6 di Kassel con la performance ‘Nine Minute Live’, realizzata tra Europa e Stati uniti, anche se fu solo nel 1984 nel Centre Pompidou quando, con ‘Good Morning Mister Orwell’ che Paik riuscì ad unire in un’azione partecipativa via satellite più di 50 artisti tra cui Merce Cunnigham, Philip Glass, Charlotte Moorman, Joseph Beyus, Laurie Anderson e John Cage.



Delvoye, cresciuto a contatto con la tradizione storica e culturale delle Fiandre e non estraneo all'immaginario surrealista, rivolge la propria ricerca ad oggetti ordinari, che rielabora con accostamenti spiazzanti e sorprendenti incongruità. La commistione di tecniche e stili, l'attenzione a consolidate tematiche artistiche, religiose o spirituali si sono sviluppate in Delvoye attraverso la mutazione del rapporto e dell'estetica con oggetti d'uso quotidiano e/o prodotti di massa.
"Quando l'artista si sveglia, preparandosi ad occupare il proprio tempo nella realizzazione di oggetti inutili, tutte le altre persone, sono già al lavoro. L'artista, può combattere questo crescente senso di colpa, solo continuando a chiedersi qual è il valore dell'arte".
Il lavoro di Wim Delvoye è basato sul principio della dualità. L'artista crea nuove immagini per vecchi oggetti; ne scaturiscono sorprendenti connessioni fra la sua poetica d'artista e pratiche artigianali, tradizioni popolari e riferimenti storici, fuorvianti, quanto riconoscibili. Così, il presente ed il passato s'incontrano nei badili, nei caterpillar, nelle betoniere, nelle bombole del gas, negli attrezzi da cantiere: oggetti d'uso comune dalle nuove, inverosimili sembianze che nulla hanno a che vedere con la loro immagine o vita precedente.

E dunque, ecco apparire smalti e decori tipici della ceramica bianca e blu di Delft su semplici bombole del gas, le Gas Cannister. Emblemi e simboli d'armi gentilizie, finemente smaltati su badili e pale da edilizia o agricoltura, le Shovels. Seguendo lo stesso concetto, Delvoye sostituisce la rete della classica porta da football con vetrate a piombo raffiguranti scene religiose o scene di genere, soggetti tipici dell'arte antica, i Goals.

E ancora, "scolpisce" con l'ausilio del computer foto di paesaggi montani con brevi messaggi banali della vita quotidiana come: "Si prega di non suonare, il campanello è rotto", o "Sono fuori, le lasagne sono in frigo": Mountains.
Oppure disegna mosaici su pavimenti di luoghi sacri con prosciutto, mortadella e salame, ecco i marble floor.

Tatua sull'intero corpo di maiali (solitamente un maschio e una femmina) simboli universali che uomini e donne fissano indelebilmente con aghi e inchiostro sul proprio corpo: cuori trafitti da dardi amorosi, teschi da memento mori, immagini fetish/commerciali come quello della Harley Davidson, le Pigs skins.

Realizza, su carta da lettera di grandi alberghi, baci anali che, assurdamente, appaiono all'occhio inconsapevole come graziosi fiori di campo, gli Anal Kisses. La dualità del soggetto, ancora, è ironica, è audace. E' tradizione, è metamorfosi: il ricordo dei baci impressi con il rossetto su lettere e cartoline e la mutazione degli stessi che, ricavati con lo stesso metodo di "stampa" a rossetto, ci inducono a immaginare con pruderie o divertissement la loro realizzazione. I rimandi a simboli e allegorie del passato, si ritrovano ancora una volta nelle vetrate della serie Chapel che Delvoye titola con i nomi dei dodici mesi che compongono l'anno solare: "from january to december", utilizzando l'iconografia dei mesi a scopo mnemonico-didattico e come simbolo del riscatto dell'uomo dal peccato originale attraverso il lavoro, come già fatto a partire dell'arte romanica.
Indagine o sonda all'interno del corpo umano è la serie X-Rays. Delvoye utilizza i raggi-X come assurda macchina fotografica per fermare irriverenti immagini erotiche di uomini e donne, ma anche animali, maiali nello specifico, ripresi in atteggiamenti amorosi.


Delvoye studia e ricerca per stupirci, sorprenderci e scuoterci continuamente da immagini troppo "digerite". Non a caso, ciò che creerà l'ultimo stupore, sarà per l'appunto la prima mondiale di Cloaca Turbo: un'immensa macchina che mangia, digerisce e poi defeca. Questa versione "Turbo", più sofisticata e potente delle precedenti e realizzata in una fabbrica di Gent, ci permetterà non solo di assistere in diretta ad un processo di digestione identico a quello umano, ma soprattutto di riflettere.


Osservando la produzione artistica più recente, è impossibile non notare un’attenzione frequente alle interpretazioni di realtà surreali e inspiegabilmente conturbanti. Perché alcuni giovani artisti hanno deciso di occuparsi di scenari fantastici ed atmosfere tardo-romantiche? Forse perché il gotico e le sue derivazioni horror funzionano da antidoto della realtà e, contemporaneamente, da esorcismo alle angosce e ai terrori di oggi. Dando forma d’incubo alle paure del presente, si riesce infatti a mediare una società vistosamente caratterizzata da controverse problematiche di non facile soluzione.
E' un terreno creativo in ebollizione, legato ad un immaginario comune. Ne fanno parte la musica, il cinema, la letteratura, il videoclip e le arti visive. Si possono citare il suono industriale di Einstürzende Neubauten, cavernoso di Aphex Twin, meccanico di Autechre, denso dei Radiohead, magmatico dei Boards of Canada, urlato di Diamanda Galas; la letteratura famtascientifica di James G. Ballard, ipetecnologica di William Gibson, lisergica di William S. Burroughs, profetica di Philip K. Dick; il cinema ambiguo di David Cronemberg, chimico di David Lynch, mutante di Shinya Tsukamoto, deforme di Ciprì e Maresco, tragicomico di Tim Burton; i videoclip disturbanti ma elegantissimi di Floria Sigismondi, i pupazzi tristi dei Quay Brothers, i robot innamorati di Chris Cunningham, gli alieni-cyborg-mutanti di Giger.
I riferimenti al passato sono molti per un filone artistico che può sicuramente definirsi colto: i corpi deformi di Bacon, le visioni apocalittiche di Bosh, il disagio descritto da Lucian Freud, ma anche il simbolismo europeo di fine Ottocento: gli incubi di Füssli, le carni livide di Schiele, l’ipnotismo di Klimt, i paesaggi purgatoriali di Böklin, i soggetti inquieti e freudiani di Munch e i preraffaelliti.

Questo background comune si rispecchia nell’arte di autori come Daniel Lee, artista di origine cinese che crea i manimals ossia morphing antropomorfi fotografici tra umani e animali, un uso raffinato delle tecniche che stravolge l’identità fino ad ottenere creature ibride e asessuate.
Joel Peter Witkin realizza corpi di ‘freaks’ defunti, tagliati e sezionati, ambientati in contesti fantastici che ricordano le scene di nature morte, di decapitazioni e di torture in cui il meraviglioso e il mostruoso convivono, in un’ossessiva documentazione dell’emarginazione, di ciò che abitualmente rimane nell’ombra. Vivi e morti, disfunzioni e deformazioni, scheletri e transessuali, lugubri forme riemergono da un inconscio a riposo, destato impietosamente dall’artista, immagini che non possono lasciare indifferenti e che suscitano repulsione ma anche attrazione per il perverso e per il morboso. Alessandro Bavari invita l’osservatore a compiere un viaggio in un mondo con scenari popolati da creature surreali e mitologiche. Lo spettatore resta rapito, invaghito da un’atmosfera onirica seducente che infonde senso del pericolo e inquietudine. Una ‘Sodoma e Gomorra’ di perversione e redenzione, un’iconografia che si colloca tra il rito medievale e la fantascienza è unita ad una perfezione cromatica in cui il bianconero si modula in molteplici variazioni di grigi, toni metallici, bianchi densi, neri, contrasti, bruciature, dissolvenze, deformazioni. L’immagine finale crea un’atmosfera d’impatto estremo, risultando freddamente perfetta ma emotivamente bollente.

Francesco D’Isa, crea opere in cui la fattura romantica soddisfa la malinconia dello spettatore, dall’altra compare una dimensione onirica minacciosa popolata da bellezza fiabescamente diafane, incastonate in conchiglie e fossili, dai corpi umanoidi abbandonati, come statue di cera molle. I volti e i corpi delle sembrano quelli di spettri, in questo modo le sue modelle acquistano un’altra bellezza: macabra, oscura, decadente.

Per questi artisti l'arte è una scorribanda nell'ignoto, un viaggio in un mondo sognato che non ha limiti, un teatro del Grand Guignol di cui si nutrono per restituire, in forma di opere d'arte, tutte le loro (e le nostre) ataviche e priavate paure, rendendoci partecipi, con la loro personalissima visione di quello spettacolo, a tutti ben noto, che è poi la Vita.

Nel pomeriggio del 9 luglio 1975 Bas Jan Ader, all'età di 33 anni, salutò la moglie americana e da Cape Cod cominciò la sua traversata in solitario dell'Atlantico. La notte prima della partenza riunì presso il suo gallerista di Los Angeles un coro di studenti per far loro intonare, accompagnati da un pianoforte, i canti dei marinai. Il viaggio costituiva l'elemento principale della performance di questo giovane artista olandese. Per la fine della traversata, quando avrebbe dovuto raggiungere Falmouth otto-dieci settimane dopo, Ader aveva pensato ad un secondo concerto vocale. Ma dopo tre settimane il contatto radio con la sua barca era perduto. Nonostante fosse stato avvistato a 60 miglia dalla riva e poi vicino alle Azzorre, non è mai stato più rivisto. Ad oggi nessuno sa se Ader sia annegato in un incidente o se fin dall'inizio avesse l'intenzione di suicidarsi come ultima performance. Il corpus delle opere di Ader è straordinario seppur limitato: qualche cortometraggio, alcune foto e numerose performance. In poche parole è il classico personaggio di culto che ha avuto un'enorme influenza ma poco richiamo popolare. Ader è un artista romantico nel pieno senso del termine, giovane, bellissimo, malinconico, disperato. La sua vita e la sua opera erano tragicamente intrecciate in un modo che potrebbe ricordare Van Gogh. Nei suoi pochi film muti in bianco e nero mette in scena una serie di azioni allo stesso tempo pericolose e clownesche per la loro assurdità. In uno siede su una sedia in equilibrio sul tetto spiovente di casa sua, lasciandosi cadere di sotto. In un altro rimane appeso al ramo di un albero fin quando finisce per cadere in un torrente torbido. In un terzo guida la sua bicicletta traballante in un canale di Amsterdam. In queste opere sulle cadute il mezzo utilizzato da Ader è la forza di gravità che lo lancia nell'ignoto. Tematicamente Ader in questi lavori causa il suo insuccesso presentandosi come una sorta di incompetente senza speranza, incapace di non mollare, di rimanere in equilibrio o di stare in posizione eretta: l'erede artistico di Buster Keaton.

A prima vista le fotografie e le installazioni di Ader sembrano parimenti senza significato. In una delle sue opere fotografò tutti i suoi abiti caoticamente sparsi sul tetto di casa sua. Un'altra opera si compone di due fotografie affiancate: nella prima compare in piedi in una foresta e ci fissa in modo diretto; nella seconda giace sul fondo del bosco. I suoi film e le sue fotografie combinano la comicità grossolana a una risacca di malinconia. Solo alcuni esprimono apertamente dolore. In 'Sono troppo triste per dirtelo' lo vediamo piangere a dirotto per dieci minuti buoni, un vero e proprio Man of Sorrows. In una delle sue installazioni, scarabocchia sul muro della galleria le parole 'Per favore non lasciarmi'.

La sua produzione da adulto era stata influenzata da eventi terribili nella sua prima infanzia. Nato nel 1942, era figlio di un pastore calvinista dell'Olanda settentrionale. I suoi idealisti genitori avevano trasformato la loro casa in un rifugio per gli ebrei, che nascondevano dai nazisti. Ader aveva solo pochi mesi quando suo padre venne arrestato, imprigionato, condotto nel bosco e giustiziato. Ecco che improvvisamente le fotografie che lo ritraggono nella foresta sembrano riproporre l'esecuzione paterna. La madre di Ader ricorda, in un libro, che quando il figlio realizzò che il padre non sarebbe più tornato le disse 'mamma, per favore, non lasciarmi', frase divenuta poi il titolo di una sua opera. Quando i tedeschi le concessero 15 minuti per radunare le proprie cose prima di abbandonare la casa di famiglia la madre di Ader si precipitò in casa e lanciò dalla finestra i vestiti in giardino, con l'intenzione di raccoglierli in un secondo tempo. Alla luce di ciò la foto degli abiti sul tetto non sembra più una stravaganza, quanto un omaggio alla figura materna.

La morte ossessiona l'arte di Ader, uno psicanalista potrebbe sostenere che il lavoro di questo artista documenta la ricerca, all'interno di se stesso del padre irrimediabilmente perduto. In alcune opere si percepisce il tentativo di Ader di diventare suo padre, per questa ragione la sua morte prematura era prevedibile. Questa è la prospettiva con cui si dovrebbero guardare i filmati in cui si butta dal tetto, dall'albero o dentro un canale. Per cadere bisogna lasciarsi andare, perdere il controllo, proprio come accade quando si è sopraffatti dal dolore in tutta la sua forza.

In uno splendido documentario di Rene Daadler, sulla vita e le opere di Adler, si suggerisce che la traversata sull'Atlantico su una barchetta tanto piccola fosse un altro modo di perdere il controllo, mettersi alla mercè di una forza più grande di lui. Forse ha mollato il timone lasciandosi circondare dall'Oceano come aveva già fatto per la forza di gravità. Non lo sapremo mai. Mi rendo conto che forse questa interpretazione, per qualcuno sminuisca l'opera di Ader, che dovrebbe essere considerata di per sè, come insegnava il buon Gombrich. Io invece penso che l'arricchisca, aggiungendo un livello di significato e risonanza alla sua opera, che era già originale, toccante e meticolosamente eseguita.


This is a book written a long time ago. It is called The Pillow Book and written by a lady who has the same first name as you - Nagiko. When you are twenty-eight years old this book will be exactly a thousand years old. Think of that.